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    <title>Il nostro blog</title>
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    <description>Questo spazio è riservato ai lupacchiotti con ambizioni pseudo-letterarie.&lt;br/&gt;Per alcuni tali ambizioni si accentuano spesso dopo laute libagioni o sotto l’effetto allucinogeno delle fatiche montane, per altri l’ispirazione arriva durante interminabili notti con digestione difficoltosa....&lt;br/&gt;Il risultato, qui di seguito riportato, è la raccolta temporale di questi parti sofferti, dei cui contenuti sono direttamente responsabili gli autori che ne autorizzano la pubblicazione.</description>
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      <title>Il nostro blog</title>
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      <title>Morte di una restauratrice</title>
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      <pubDate>Mon, 2 Apr 2012 11:18:38 +0200</pubDate>
      <description>&lt;a href=&quot;http://www.lupacchiotti.it/Lupacchiotti/Blog/Voci/2012/4/2_Morte_di_una_restauratrice_files/P3280042.jpg&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.lupacchiotti.it/Lupacchiotti/Blog/Media/object001_1.jpg&quot; style=&quot;float:left; padding-right:10px; padding-bottom:10px; width:258px; height:135px;&quot;/&gt;&lt;/a&gt;Seconda parte – Morte di una restauratrice&lt;br/&gt;1&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;	Proietti cercò a tentoni la sveglietta con la mano e pigiò ripetutamente il pulsante nella vana speranza di farla tacere e poco a poco si fece strada nel suo cervello, ancora intorpidito, lo squillo insistente del telefono; allora accese la lampada sul comodino e guardò, praticamente con un solo occhio, l'ora: le sei del mattino! Si era coricato soltanto alle due e un quarto! Il commissario non usava imprecare ma questa volta riuscì a trattenersi a stento mentre impugnava la cornetta: “Chi è?!” ruggì nel microfono “... a quest'ora!”.................................................................................&lt;br/&gt;...........................................</description>
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      <title>Morte di un'usuraia</title>
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      <pubDate>Mon, 20 Feb 2012 18:04:47 +0100</pubDate>
      <description>&lt;a href=&quot;http://www.lupacchiotti.it/Lupacchiotti/Blog/Voci/2012/2/20_Morte_di_unusuraia_files/IMG_5946.jpg&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.lupacchiotti.it/Lupacchiotti/Blog/Media/object000_4.jpg&quot; style=&quot;float:left; padding-right:10px; padding-bottom:10px; width:255px; height:135px;&quot;/&gt;&lt;/a&gt;PREMESSA&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;(Possibile titolo definitivo del libro: Non c'è due senza tre di Jo Ross alias Giorgio Rossetti) &lt;br/&gt;Vediamo chi indovina il finale?&lt;br/&gt;Questo è il giudizio: (Achille disse !!)&lt;br/&gt;”Il racconto mi è piaciuto e lo trovo ben congegnato: i Lupacchiotti però dovrebbero ricevere dapprima solo il testo fino al punto in cui Proietti raduna i sospettati, quindi dovrebbero inviarti le loro deduzioni, e solo allora svelare il mistero: potrebbe anche darsi che qualche soluzione possa risultare piacevole od intrigante. Facciamoli muovere almeno cerebralmente, questi vecchiacci impigriti! e non temere per l'accoglienza da parte degli amici: per un sorso di genziana pugnalerebbero la madre alle spalle!”&lt;br/&gt; &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;a href=&quot;Voci/2012/2/20_Morte_di_unusuraia_files/Morte%20di%20un%27usuraia.pdf&quot;&gt;Morte di un'usuraia.pdf&lt;/a&gt;</description>
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      <title>Il quarto tonfo</title>
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      <pubDate>Wed, 8 Feb 2012 09:34:23 +0100</pubDate>
      <description>&lt;a href=&quot;http://www.lupacchiotti.it/Lupacchiotti/Blog/Voci/2012/2/8_Il_quarto_tonfo_files/ValleCavalera%20040.jpg&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.lupacchiotti.it/Lupacchiotti/Blog/Media/object000_3.jpg&quot; style=&quot;float:left; padding-right:10px; padding-bottom:10px; width:254px; height:178px;&quot;/&gt;&lt;/a&gt;PREFAZIONE&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;	La trama di questo racconto, se sviluppata adeguatamente da scrittori professionisti, attorniati da un nugolo di esperti dei settori più vari, potrebbe dar luogo ad uno dei romanzi oggi di moda, che vedono l’eroe indistruttibile alle prese con bande numerose ed agguerrite, dotate di grandi risorse finanziarie e tecnologia futuribile, sempre contornato da donne giovani e belle, immarcescibile vincitore. Invece la Luigina, persona esile, schiva, nemica feroce ma inascoltata della TV spazzatura e della amoralità dilagante, non timida ma contraria alla violenza, pensa ed agisce insieme agli altri personaggi buoni nella ordinarietà della vita.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;La Luigina, al secolo Achille Adeodato, questa volta è vista a Roma, coinvolta suo malgrado in un’avventura rapida e sconvolgente, a sfondo archeologico – religioso, ma in un ambiente che sottolinea una personalità semplicemente umana, con tutti i suoi difetti e qualche pregio, e non fa riferimento ai suoi trascorsi di gioventù che le hanno procurato il soprannome. &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Valgono per questo racconto le stesse considerazioni morali e comportamentali fatte a proposito de “L’affare cinese” che, restando il primo episodio della serie, fa da battistrada alle altre avventure del nostro personaggio del tutto immaginario ma più comune di quanto si pensi. Non immaginaria invece è l’esistenza della Menorah, rappresentata storicamente sia nella Bibbia, come indicato nella narrazione, sia da illustrazioni e bassorilievi di epoca imperiale romana, bizantina e medioevale. In tutte le sinagoghe molti punti-luce sono a somiglianza della Menorah, sia che vengano alimentati ad olio, sia ora funzionanti elettricamente.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;L’autore ha voluto in questo racconto seguire le norme della tragedia classica (ma solo per questa volta e che non succeda mai più!) che esigono unità di tempo – in giornata – di luogo – il caseggiato di via Montesarchio n. 28 – e di azione – i protagonisti agiscono sullo stesso piano e sempre insieme.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;L’autore ringrazia di cuore, ma con forte riserva, l’amico Giorgio che ha voluto imporgli personaggi prefigurati a cui il racconto ha dovuto adattarsi suo malgrado, per cui si scusa con i lettori, se ve ne saranno, per l’esitazione e l’incertezza con cui il racconto procede dopo l’incipit truffaldino. &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Si omette ogni recensione perché la grandezza del narratore dovrebbe essere ormai cosa acquisita.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;a href=&quot;Voci/2012/2/8_Il_quarto_tonfo_files/IL%20QUARTO%20TONFO.pdf&quot;&gt;IL QUARTO TONFO.pdf&lt;/a&gt;</description>
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      <title>L’affare cinese</title>
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      <pubDate>Tue, 22 Nov 2011 08:54:52 +0100</pubDate>
      <description>&lt;a href=&quot;http://www.lupacchiotti.it/Lupacchiotti/Blog/Voci/2011/11/22_Laffare_cinese_files/Barretto%20di%20San%20Potito%20-%20Al%20calduccio%21.jpg&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.lupacchiotti.it/Lupacchiotti/Blog/Media/object000_2.jpg&quot; style=&quot;float:left; padding-right:10px; padding-bottom:10px; width:254px; height:170px;&quot;/&gt;&lt;/a&gt;PREFAZIONE  DELL’AUTORE&lt;br/&gt; &lt;br/&gt;Gentile lettore, il racconto lungo che ti accingi a scorrere si basa su fatti e personaggi completamente inventati. Qua e là  si possono cogliere alcuni riferimenti a persone esistenti e, principalmente, all’autore stesso; ma tali riferimenti non sono, mai, biografici; i nomi di località e di persone sono parimenti di fantasia ed in nessun modo possono essere ricondotti a persone esistenti, per quanto a conoscenza dell’autore.&lt;br/&gt;L’ambientazione è da collocare in un punto imprecisato, a piacer tuo, tra il versante orientale delle montagne, i colli e le pianure che si stendono tra il basso corso del Po, ed il fiume Sangro.&lt;br/&gt;L’autore, intossicato dai troppi telefilm polizieschi e non, che è  stato costretto a trangugiare a pranzo e cena, pieni di violenza stupida e gratuita e di scene forse spettacolari ma non realistiche, vuole dare una visione più tranquilla dei contrasti umani, delle difficoltà sia materiali che morali in cui troppo spesso si dibatte la gente comune, presa tra il desiderio di una vita migliore, l’ansia e la ricerca della ricchezza, le passioni che alterano la facoltà di giudizio, le difficoltà di intervento di chi è preposto al mantenimento dell’ordinamento civile; e vuole mettere in guardia dalla violenza che talvolta è in noi stessi.&lt;br/&gt;Questa prefazione, forse troppo moraleggiante ed utopica oltre che didascalica e quindi noiosa, costituisce però il fondamento del sentire dell’autore. Quindi, lettore, ti avverto che “L’affare cinese”  è solo il primo dei cinquecentoventotto racconti che vedono “la Luigina” come protagonista.&lt;br/&gt;Buona lettura.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;a href=&quot;Voci/2011/11/22_Laffare_cinese_files/L%27AFFARE%20CINESE-1.pdf&quot;&gt;L'AFFARE CINESE.pdf&lt;/a&gt;</description>
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      <title>UN CUORE SUI PEDALI</title>
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      <pubDate>Mon, 22 Feb 2010 11:50:24 +0100</pubDate>
      <description>&lt;a href=&quot;http://www.lupacchiotti.it/Lupacchiotti/Blog/Voci/2010/2/22_UN_CUORE_SUI_PEDALI_files/IMG_3821.jpg&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.lupacchiotti.it/Lupacchiotti/Blog/Media/object000_3.jpg&quot; style=&quot;float:left; padding-right:10px; padding-bottom:10px; width:255px; height:135px;&quot;/&gt;&lt;/a&gt;PREFAZIONE E RECENSIONE, A CURA DELL’AUTORE STESSO&lt;br/&gt;Il racconto, dal sapore molto futuribilmente autobiografico, prende lo spunto dalla passione dell’autore per la bicicletta e per la vita serena all’aria aperta. I due momenti in cui si divide – l’andata, briosa ed allegra, ed il ritorno, amaro, che culmina nell’annullamento del protagonista, scandiscono e riecheggiano le fasi ascendente e calante della vita tutta, condensata in poche ore drammatiche. La seconda parte, imperniata sul parallelismo tra l’azione vera, in ospedale, ed il delirio di Achille, vede l’ineluttabilità del destino, corretto però dal grido finale che riporta il protagonista sulla terra, sereno anche di fronte all’ignoto. Un’eventuale prosecuzione nell’Al di là, cui l’Autore stava cedendo, non è ipotizzabile, in quanto non farebbe parte di una vicenda vissuta nella realtà come la conosciamo sulla terra.&lt;br/&gt;Il racconto, di qualità decisamente scadente, è appesantito dalla ricerca quasi maniacale della terminologia precisa, pedante, che ne scardina qualsiasi velleità di dinamismo e di pathos. Dove poi occorrerebbe una precisione maggiore riguardo ai nomi, che sveltirebbero l’azione, l’autore opta per il sotterfugio facile ma vile dell’asterisco, che cancella ogni pretesa di realtà.&lt;br/&gt;Un’opera prima da sottovalutare, nella speranza che altre eventuali fatiche riescano meglio.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;UN CUORE SUI PEDALI&lt;br/&gt;Achille e Giovanni  erano due “Pantere grigie”, cioè due pensionati – o comunque persone anziane – che, non rassegnati a subire il fascino perverso di spettacoli televisivi ormai totalmente spazzatura, praticavano, nei limiti loro concessi dall’età e dagli obblighi familiari, una attività fisica quasi del tutto sconosciuta ai loro coetanei.&lt;br/&gt;Entrambi amanti della bicicletta, si vedevano ogni settimana per una pedalata anche lunga ma mai troppo impegnativa, dal momento che non dovevano dimostrare nulla a nessuno.  50, 60  Km o più non erano loro sconosciuti; in sella, qualche scatto ogni tanto, un’occhiata al panorama, una chiacchierata di sport, di politica, di economia; di donne ormai non si parlava più… un’occhiata al traffico talvolta pericoloso per le due ruote, qualche barzelletta, molte delle quali erano ormai ben conosciute ma ripetute egualmente per sottolineare una situazione che si presentava d’improvviso, quasi un richiamo goliardico alla realtà: un pomeriggio trascorso ad evitare la noia in agguato.&lt;br/&gt;Quel giorno si erano incontrati, come facevano spesso, all’incrocio tra la via dei Prati Fiscali e la via Salaria, con obiettivo il piccolo agglomerato di abitazioni di Stazzano Nuovo, sulla Palombarese. Tra andata e ritorno, circa 80 Km, da prendere quindi con calma; ma loro non avevano fretta.&lt;br/&gt;Settebagni, il traffico a volte eccessivo di Monterotondo scalo, la Traversa del Grillo; al Km 29,300 della Salaria deviazione a destra per Palombara Sabina, lo strappetto dopo la stazione ferroviaria di Montelibretti, quindi la lunga via della Neve, per 9 Km con alternanza di salite e discese fino all’incrocio delle Quattro Strade; qui deviazione a sinistra per Stazzano. I chilometri erano scivolati via senza molte difficoltà fino alla fermata d’obbligo, dopo 200 m circa dall’incrocio, al grosso fontanile sulla sinistra per riempire le borracce ormai vuote e tirare un po’ il fiato prima di percorrere gli ultimi 4 Km, tutti in salita, anche se solo gli ultimi 500 m erano un po’ più duri. Achille, più magro e leggero, pur non amando troppo le salite, era più agile ed aveva tirato quasi sempre negli ultimi chilometri, mentre Giovanni, un po’ appesantito dalla alimentazione non sempre controllata – per costituzione fisica diceva lui – era più utile in piano, dove di solito tirava senza sforzo.&lt;br/&gt;Achille, sceso di sella per primo e appoggiata la bicicletta alla sponda del fontanile, aveva riempito la borraccia e bevuto dalla cannella, sorseggiando lentamente l’acqua molto fredda che chiocciava dal manufatto. Giovanni, atteso il suo turno, si era avvicinato alla vasca e si accingeva a bere a sua volta.&lt;br/&gt;Achille, con la borraccia piena, si voltò verso la bici per riprenderla, ma d’improvviso gli sembrò di essere altrove, si girò di nuovo, perse l’equilibrio e cadde piuttosto pesantemente in terra.&lt;br/&gt;Giovanni, vistolo cadere, lasciò la borraccia e si chinò su Achille, per aiutarlo a rialzarsi, aspettando di sentirsi rimproverare per aver tentato di aiutarlo, dal momento che lui era abbastanza svelto per tirarsi in piedi da solo: i battibecchi allegri erano sempre lì, pronti a farsi sentire per un sorriso supplementare; ma stavolta Achille rimase con gli occhi chiusi e non gli rivolse alcun cenno, alcuna parola, alcuno sguardo.&lt;br/&gt;Giovanni, subito preoccupato, si avvicinò di più e cercò di metterlo almeno a sedere ma Achille, quasi inanimato, non rispose alle premure. Allora Giovanni, stavolta davvero in ansia, gli prese il polso per sentirne il battito. Dopo aver cercato per pochi secondi, ne sentì le pulsazioni: rapide, molto deboli, a volte intermittenti, con pause che non potevano significare alcunché di buono. Giovanni allora capì che avrebbe avuto bisogno di aiuto e, senza attendere oltre e perdere tempo in tentativi – inutili -  di rianimarlo, prese il telefono cellulare e chiamò il 118 per allertare un’autoambulanza.&lt;br/&gt;La risposta fu abbastanza pronta e l’operatore gli chiese, senza perdere altro tempo, quali fossero i sintomi mostrati dalla persona da soccorrere e dove si fosse verificato l’evento. Giovanni, comprensibilmente agitato ma sforzandosi di restare calmo per quanto possibile in una situazione di emergenza, descrisse lo stato di Achille e la loro ubicazione e l’operatore gli assicurò che presto sarebbe arrivata  l’ambulanza con a bordo un medico e la strumentazione necessaria ad un primo esame clinico necessariamente  rapido .&lt;br/&gt;Giovanni, tranquillizzato solo in parte ma impossibilitato a prestare un soccorso che sapeva essere al di fuori delle sue possibilità, si sedette in terra accanto ad Achille, tenendogli la mano in un gesto di affetto e di protezione,  amareggiato per non poter aiutare l’amico in difficoltà. Nel frattempo altre persone si erano fermate a guardare e ognuna di loro, vedendo Achille in terra, cercava di informarsi sull’accaduto, di  dare consigli, di far capire di avere esperienza di casi del genere perché il fratello di un amico od un parente alla lontana avevano avuto incidenti simili e ne erano usciti grazie al dottor Tizio, alle cure del farmacista di un paesino lontano, e così via. Giovanni, stretto tra il dispiacere per lo stato di Achille e la necessità di non permettere ad alcuno di imporre punti di vista inutili e fuorvianti, chiese alla piccola folla di allargarsi e lasciare che Achille respirasse meglio; ma, per ogni nuova persona che sopraggiungeva, bisognava ripetere che l’ambulanza era in arrivo, che le cure erano a portata di mano, che non vi era bisogno di altri consigli… tutto inutile.&lt;br/&gt;Finalmente, in un tempo notevolmente breve, la sirena pose fine alle chiacchiere ed il personale medico e paramedico scese dall’ambulanza e pose Achille sulla barella, lo caricò all’interno della vettura e procedette all’esame diagnostico; nel frattempo l’autista chiedeva a Giovanni i dati personali di Achille per poter compilare la cartella clinica.&lt;br/&gt;Dopo pochi minuti il medico, con modi professionali ma visibilmente contrariato, disse a Giovanni che il cuore di Achille aveva subìto un infarto grave e che bisognava ricoverarlo al più presto in rianimazione all’ospedale *, dove forse – ma solo forse – le strutture mediche ben attrezzate avrebbero potuto consentire una cura adeguata. Giovanni capì allora che la vita di Achille era appesa ad un filo molto sottile e che era senz’altro il caso di avvertire i suoi familiari. Telefonò quindi a casa di Achille, descrivendo l’accaduto e indirizzando i familiari all’ospedale scelto dal medico, perché potessero attendere lì l’arrivo dell’ambulanza. Quindi chiese a uno dei presenti, che se ne era offerto, di custodire la bici di Achille che, per quanto vecchia ed usata, era ancora piuttosto buona. Infine, con l’animo sconvolto, risalì sulla sua bici e prese la strada di casa, per un ritorno solitario, lento e amaro.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Achille, steso sull’asfalto accanto al fontanile, riaprì gli occhi e si guardò intorno. Sapeva di essere inciampato, forse su quel sasso viscido che era accanto al gradino, o forse aveva urtato contro i pedali della bici lasciata troppo vicino alla cannella del fontanile; ma la cosa non aveva alcuna importanza. Si guardò intorno per vedere a che punto fosse Giovanni con il “rifornimento volante”, ma non lo vide. Allora, piuttosto seccato, si chiese quanto tempo fosse rimasto a terra e perché Giovanni fosse andato via senza aspettarlo. Poi capì che l’amico, approfittando di un suo attimo di distrazione, aveva preso un certo vantaggio verso la méta che, ormai abbastanza vicina, poteva dargli la soddisfazione di arrivare primo per una volta. Borbottando imprecazioni – ma sorridendo tra sé, risalì in sella, sapendo che avrebbe ripreso Giovanni in poco tempo, data la salita che li attendeva, e che gli avrebbe fatto pagare lo sgarbo con una presa in giro feroce. Giovanni non aveva scampo.&lt;br/&gt;La strada era sgombra per cui subito prese a sinistra per risalire verso Stazzano, pedalando con la determinazione compatibile con la fretta che aveva di riprendere Giovanni e la necessità di risparmiare le forze per non arrivare spompato a destinazione. Il tragitto, ormai piuttosto breve, gli parve però subito strano: la campagna era come l’aveva sempre vista, ma non udiva rumori, non vedeva uccelli in volo, non vedeva auto passare, non sentiva il caldo del sole ancora alto. &lt;br/&gt;Non si preoccupò molto di queste stranezze che, prese singolarmente, erano sempre possibili; perciò canterellando tra sé, continuò a pedalare con la stessa cadenza di prima. Non si sentiva particolarmente affaticato, però avvertiva un formicolio fastidioso, una specie di rombo lontano, attutito, alle orecchie ed una strana tendenza del piede destro a scivolare dal pedale. Tuttavia non dette peso alla cosa e proseguì. Calcolava che in un quarto d’ora circa avrebbe raggiunto l’abitato di Stazzano – e Giovanni molto prima, ma dopo una decina di minuti capì che qualcosa non andava per il verso giusto. La strada aveva sempre la stessa pendenza, ma il paesaggio era strano – ed in parte nuovo. La mole del monte Gennaro incombeva su Palombara, gli oliveti erano sempre lì, ma in lontananza gli sembrava di vedere altri monti, molto alti e azzurrini per la foschia, la cui sagoma gli era sconosciuta. Di quali monti poteva trattarsi? Non il Terminillo, perché non visibile da quel punto; non il Velino, coperto dai Lucretili; non del Gran Sasso, assolutamente fuori zona. Allora? Vi era solo una cosa da fare: continuare a pedalare, almeno per giungere ad un punto da cui poter osservare meglio e capire. Cominciò quindi a calcolare la velocità, fornitagli  dal ciclocomputerino apposito, in relazione alla quota ed alla percentuale della salita – circa il 4, ad occhio; decise che si sarebbe attenuto a quella stima, a meno di variazioni importanti. &lt;br/&gt;Modulò la velocità sui 16 Km/ora, così che avrebbe effettuato una salita di 480 metri ogni ora e tenendo come base la quota di 250 msl  circa di Stazzano. Poi si sarebbe visto. La velocità scelta era alla sua portata, mentre la resistenza era in forse, ma, se stanco, si sarebbe fermato a riposare un po’ per ripartire all’avventura quando si fosse rimesso in forze. In effetti sentiva già un po’ di stanchezza e le gambe, senza essere pesanti, gli davano però qualche preoccupazione. Ma non poteva fermarsi adesso che vi era un obiettivo del tutto nuovo da scoprire….&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Luisa, la moglie di Achille, con il figlio Antonio, chiamati dalla telefonata di Giovanni, si erano precipitati al pronto soccorso dell’ospedale * ed avevano assistito al trasporto di Achille, pallidissimo e svenuto, subito in sala di rianimazione; ora erano sulla porta della sala, in attesa che il cardiologo ne uscisse e desse loro qualche informazione. Dopo un’attesa piuttosto lunga il dottore uscì e confermò la presenza di un infarto molto forte e che le condizioni di Achille erano molto gravi. Non disse “disperate”, ma il senso si capiva; consigliò loro di attendere ancora, di non abbattersi, di continuare a sperare, ma il suo viso tradiva la sfiducia di chi ha visto troppe situazioni del genere per illudersi e illudere gli altri. Luisa e Antonio si sedettero sulle sedie della saletta antistante, guardandosi muti, abbozzando qualche parola, qualche “vedremo…”, … ma sapevano: potevano vedere, al di là della porta trasparente della sala rianimazione, il tracciato cardiografico che appariva sul monitor delle apparecchiature. Il cuore si indeboliva sempre di più, l’organismo reagiva male ai medicinali somministratigli, il battito era sempre più affrettato e più debole. Immaginavano che forse non sarebbe durato a lungo.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Achille pedalava ormai da più di due ore e, quindi, doveva aver raggiunto circa i 1300 m di quota e la flora attorno a lui era cambiata: gli olivi avevano ceduto il passo alle querce e poi queste ai faggi. Un paesaggio di montagna piena dove le montagne troppo alte non avrebbero dovuto esservi; la strada continuava quasi rettilinea o con poche curve molto larghe, ma Achille non aveva incrociato alcuna auto, non aveva visto alcuna persona; non si notavano abitazioni, non si vedevano le rondini, le montagne lontane erano ora più vicine ma non per questo più riconoscibili, il sole non accennava a calare in quell’ambiente statico, surreale. Achille, perso in fantasticherie strane, quasi non si accorgeva di quanto lo circondava: andava avanti, caparbiamente, desideroso solo di raggiungere la fine di quella strada impossibile. Mentre pedalava, riandava con la memoria ad episodi lontani: la prima biciclettina, a 4 anni, e suo padre che gli insegnava ad usarla, girando nel cortile di casa, trattenuto con uno spago molto lungo, per evitare gli effetti della forza centrifuga; quando aveva appreso che sarebbe entrato in collegio, per seguire tutti gli studi, fino alla terza liceo; quando aveva adocchiato la prima ragazza che gli piaceva; il giorno della laurea; il matrimonio, i figli… perché riviveva quelle emozioni che, in parte, credeva di aver dimenticato? Le ritrovava vive come nel momento in cui si erano presentate … poi gli equivoci e i dissapori in famiglia, l’allontanamento lento ma costante dei suoi familiari, la morte dei genitori…tutto il suo mondo, tutto ciò che era stato, che si era evoluto e che era finito si presentava di nuovo e poi spariva, riavvolto dalla nebulosità del passato. Perché quell’incalzare dei ricordi, belli o brutti, piacevoli o da dimenticare? Cosa la sua mente cercava con tanta insistenza, cosa voleva dirgli?&lt;br/&gt;La strada solitaria e terribile non gli lasciava alcuna possibilità: continuava a pedalare, ma ora cominciava a sentire la stanchezza. Le gambe gli divenivano pesanti, il ritmo calava e si affievoliva insieme ai ricordi. Il respiro stava diventando affannoso e il rombo nelle orecchie aumentava sempre più. Strano, per uno che sapeva di star diventando sordo!&lt;br/&gt;Il respiro più affannoso, il tremore delle membra, il calo costante della pressione erano segnali pessimi e il monitor che mostrava l’andamento delle sue funzioni vitali denunciava chiaramente il calo della funzionalità dell’organismo intero. Il cardiologo, dopo aver dato uno sguardo preoccupato agli strumenti che tenevano Achille in vita, si rivolse ai suoi familiari e prospettò loro che la soluzione sarebbe stata forse un intervento chirurgico, ma che un organismo così provato non avrebbe sopportato un’operazione ed Achille sarebbe sicuramente morto sotto i ferri:  unica cosa, attendere ancora. &lt;br/&gt;Dopo altre due ore circa Achille, ormai davvero stanco, pensava che forse avrebbe dovuto fermarsi, anche perché calcolava che ormai aveva raggiunto i 2500 m circa di quota: i prati erano quelli d’alta quota, aridi, semibruciati dalla mancanza di acqua e dal vento continuo; era all’altezza della cima del Velino, del Gorzano, quasi della Maiella e forse avrebbe potuto gridare all’amico Luigi “Anch’io c’ero!”, ma poi si accorse che la pendenza finalmente diminuiva e culminava poco avanti: una Cima Coppi tutta per lui solo! Ma dove mai, nei monti tra il Lazio e l’Abruzzo poteva trovarsi una strada a quota così elevata? Non gli importava: avrebbe proseguito ancora un po’, solo per vedere come andava a finire … e la strada ora era quasi piana, un rettilineo lunghissimo, mentre in lontananza si intravedeva una larga sella tra quei monti così strani, così alieni. Forse la strada vi passava in mezzo e poi sarebbe iniziata la discesa? Per portarlo dove, in quel territorio del tutto sconosciuto? Ma non l’avrebbe saputo mai, se non vi si fosse avventurato! Ed allora, chiamate a raccolta le ultime forze, Achille riprese a pedalare con lena rinnovata.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Il monitor mostrava ora un certo miglioramento e Luisa lo indicò al cardiologo, che però scosse la testa. La crisi non era ancora passata, anzi forse il peggio era prossimo. 	&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Ora la strada era in discesa, dapprima molto dolce, poi sempre più accentuata. Le gambe di Achille si muovevano quasi da sole, veloci, mentre il paesaggio cambiava ancora. Le praterie di alta quota ora erano costellate di macchie di pino mugo, quindi in basso si vedeva di nuovo il faggio. E sempre più giù, sempre più veloce, sempre più emozionato, Achille guardò anche il ciclocomputer che gli indicava oltre 70 Km/ora. Achille ricordò allora quando, tanti anni prima, tra Osteria del Moricone e la strada della Neve, aveva raggiunto gli 82,5 Km/ora. Avrebbe ora fatto meglio? La stanchezza glielo avrebbe consentito? Forse sì, la velocità aumentava ancora: 85, poi 90, poi 100, poi 110…Achille era pervaso da una frenesia strana, dal desiderio di perdersi in quella velocità. E ricordò quando, su una moto di grossa cilindrata e senza il casco – allora non obbligatorio – aveva preso i 140 all’ora ed il vento lo costringeva a socchiudere gli occhi e gli mozzava il respiro … anche ora il respiro era affannoso, l’aria quasi lo strozzava…&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Il monitor era impazzito, tutte le funzioni vitali erano fuori scala. Il cardiologo disse sottovoce :”Mi dispiace, ma temo che questo sia l’epilogo…”. Luisa e Antonio si guardarono, smarriti, e chiamarono Achille, cercarono di parlargli, ma forse lui ormai non li sentiva più. Luisa allora ripensò a quel che Achille le diceva sempre: “Quando sarai sola cosa ricorderai di me? I torti che credi di aver subìto? Le angherie – inesistenti – che dici di dover sopportare? Sarai sempre così aspra, così rabbiosa contro ciò che non hai voluto capire a tempo? Hai allontanato tutti e allora la solitudine che ti circonderà sarà riempita dai fantasmi di ciò che sarebbe potuto essere e che invece ci è mancato. Pensaci ora che sei ancora in tempo, cambia atteggiamento verso il mondo…” Ma sapeva che ora era troppo tardi e finalmente pianse nella consapevolezza di ciò che l’aspettava.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Achille sentì al di sopra del vento vorticoso delle voci che gli parve di riconoscere: forse i suoi familiari? Sì, certamente, ma come potevano averlo raggiunto fin lassù? Le voci della moglie, del figlio…. non sentiva quella della figlia, ma lei se ne era andata tempo prima… Cercò a sua volta di parlare, di chiamarli, mosse ed aprì le labbra, ma il vento sibilante della discesa portò via con sé ogni suono. Una curva molto larga percorsa a velocità folle sulle due ruote così sottili, quindi apparve di lontano l’imbocco di una galleria non illuminata. Achille cercò allora di rallentare, ma i freni non risposero: la galleria, nera contro la parete montana illuminata ancora dal sole implacabile si avvicinava follemente, gli sembrò spaventosa. In un attimo si riebbe, gli tornò la percezione di ciò che davvero lo circondava, rialzò la testa ed aprì gli occhi nella sala di rianimazione.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Luisa lo vide e disse in un sussurro: ”Dottore forse si riprende?” Ma Achille subito ricadde sul cuscino, rantolando.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Achille allora, in un sussulto di lucidità, capì davvero. L’imbocco della galleria era lì, un antro senza fine ed egli vi stava precipitando senza possibilità di scampo. Era la fine. Un ultimo sussulto, quindi dalle sue labbra e dal cuore eruppe un grido: ”Signore, perdonami e salvami! Eccomi a Te!”&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Di colpo sprofondò nel buio, ed il buio si chiuse su di lui, per sempre.&lt;br/&gt;</description>
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